Italiani di confine

articolo da d repubblica

Pochi giorni fa ho scoperto un articolo in “la Repubblica delle Donne” che propone un ritratto dell’alto adige. Un ritratto secondo me molto riuscito e che si contrappone alle classiche notizie e immagini che invadono i media italiani quando non si parla di turismo (ovvero dibattiti sulla toponomastica ecc.).
Secondo me è importante che anche gli altoatesini (e anche la provincia) si impegnino a dare più informazioni agli italiani nel resto della penisola – a correggere certi falsi presupposti e dare un’immagine che sia veritiera e vada oltre alla facciata turistica.

E visto che l’articolo citato mi è piaciuto tanto, mi sono fatto beffa del copyright è vi pubblico qui il contenuto.

Bisogna maneggiare con cura le definizioni. Bisogna lasciarle perdére, a volte. Imprigionano le cose e non le spiegano. Non dicono tutta la realtà che nominano. La realtà di Bolzano e deli’Alto Adige, per esempio. Un pezzo di Sud incastrato nel Nord. Sudtirolo in Nord Italia. Una terra di confine con 485.000 abitanti, dove tutti sono sempre un po‘ minoranza rispetto agli altri. Si dicono tedeschi, italiani, ladini. Misurano I rapporti di forza, si confrontano, si dividono, si accettano, convivono. Senza contare gli extracomunitari, un’altra minoranza in più.
L’impressione è di una terra semplice, non facile, e una società complessa, non confusa. Ricca, bene amministrata, molto controllata. Alta qualità della vita, buoni consumi culturali, piena occupazione, poca criminalità. Ma oltre ai fatti, qui conta la parola. Anzi, la lingua: tedesco, italiano, ladino.

“Tra qualche anno potrebbe finire come a Strasburgo, dove tedeschi e francesi si parlano in inglese per non adoperare la lingua deil’altro.“ sorride Antonio Lampi, direttore dell’assessorato provinciale alla cultura, settore italiano, che avverte: “Questa è una terra che non puoi conoscere se non tieni conto anche delle parti monolitiche che la compongono”. Amministrare vuoI dire governare le differenze. Attenzione però: se leggi i giornali, ricavi un’immagine diversa da quella che scopri se hai la pazienza di girare Bolzano e incontrare la sua gente.

Attenzione e pazienza, e incontrare le persone, dunque. Perché le città sono ie persone che le abitano, magari quelle che se ne vanno e poi ritornano. Come Kareen De Martin Pinter, 32 anni, ufficio stampa e comunicazionedel TIS, Techno Innovatlon South Tyrol, un polo d’innovazione per lo sviluppo delle imprese altoatesine. „All’Inizio degli anni Novanta Bolzano era soltanto ona città addormentata in mezza alle montagne. Ero stanca della sua chiusura e me ne sono andata. In dieci anni è molto cambiata. Credo che nessuno possa definirsi completamente tedesco oppure italiano, siamo sudtirolesi, o altoatesini, cresciuti sulle divisioni. La convivenza ce la siamo conquistata”. Kareen a Bolzano è tornata con un rnanto proveniente da Parigi, Vincent Raynaud, 36 anni, traduttore e editor della casa editrice francese Gallimard.

Il suo è lo sguardo straniero di chi abita qui da tre anni: “Sai che sei in Italia, ma non vedi Italia. Le cose funzionano in modo nordico, efficiente. Percepisci la presenza di un’autorità pubblica molto forte, anche troppo. In qualche modo ritrovo ia stessa realtà che conoscevo in Francia, ma qui lo Stato è la ProVincia”.

Le montagne e il verde intorno alla città sono incombenti. Disegnano un profilo da paese incantato, come se là ti aspettàssero le favole. E In genere le favole nascondono I problemi. “II vantaggio di crescere con la testa in un mondo e i piedi in un altro è impagabile, ma a volte per ottusità non lo si riconosce”, osserva Patrick Kofler, cl’le per mestiere promuove idee e progetti attraverso documentari e spot. “Qui c’è molta più mescolanza di quanto i partiti vogliano far credere. Sono aumentati i matrimoni misti e i figli di due lingue. La società è pill avanti dei politici, che rimangono aggrappati all’identità austriaca o all’italianità per calcoli di potere. Ma, in questo modo, quale prospettiva danno al giovani? Già da bambino ti domandano, da che parte stai, italiano o tedesco?  È come chiedere se preferisci la mamma o il papà”. A dicl’ott’anni s’impone la scelta in base alla lingua. Se vuoi partecipare a un concorso o ottenere un impiego pubblico, devi avere il certificato di appartenenza a una lillgua, a un’etnia.

Per difendere il passato e ritardare il futuro, secondo alcuni. “Con la proporzionale etnica prevista dalle norme dell’autonomia del 1973, i posti pubblici sono determinati in base all’appartenenza etnica“ spiega Antonio Vaccaro, Presidente di Radio Tandem. “E cosi che ti chiedono di definirti. Ma siamo più avanti delle definizioni e delle logiche burocratiche del potere. Possiamo mettere insieme Goethe e Pavese, canederli e spaghetti. Basta che ci togliamo I confim da dentro la testa. Basta uscire dai piccolo mondo tedesco e dai piccolo mondo ilaIlano e abitare in queila confluenza che è il vero mondo sudtirolese”.

Del mondo sudtirolese fa parte anche il mondo ladino, val Gardena e val Badia, il regno del turismo ricco e raffinato. In val Badia, a La Villa, abitano Claus Vittur e Barbara Tavella, entrambi pittori. “Quando clliedono chi sei, uno rispollde non solo italiano”, raccontano. “Noi ladini siamo solo il quattro per cento e giochiamo da entrambe le parti. Siamo i più flessibili, abituati ad adeguarci agii altri, ma senza trascurare l’orgoglio”, A Claus, a Milano, quando ha mostrato la carta d’identità, hanno chiesto il permesso di soggiorno. Era strano il nome e ancora più il colore del documento, verdino per i residenti in Alto Adige, non marrone come nel resto d’Italia. “Mantenere la dualità fra tedeschi e italiani è una scusa della politica per continuare a gestire l’autonomia e il potere che ne deriva”, nota Valentina Kastlunger che vive fra Milano e San Vigiiio di Marebbe. Fa la regista e sta scrivendo con Paola Ponti un film commlssionato dall’Istituto Micura de Rli per raccontare Il mondo ladino e l’incontro con l’altro, lo straniero. “l’appartenenza è elastica, mutevole, come lo sono !’identità e la cultura. Per questo può essere ceduta o acquisita. Là dov’è rigida, è frutto di contrapposizioni e costruzioni‘ politiche ed economiche più che culturali“.

Sembra che Il Dalai Lama abbia fatto studiare la realtà altoatesina, perché considera il suo modello di autonomia applicabile anche al Tibet “In situazioni come la nostra ci vuole ancora più rispetto, conoscenza e tolleranza che altrove”, sostiene Antonio Marocchi, nato In Alto Adige da genitori romagnoli, una vita passata a tuffarsI e ad allenare qui a Bolzano, sede del Centro di alta specializzazione per i tuffi. Christopher Sacchin è un suo atleta, “Non mi interessa fare distinzioni fra itaiiani e tedeschi”, dice. “Un equilibrio, tra questi due mondi e due realtà, devi cercarlo se sottolinei le diff’erenze; se invece non le consideri, l’equilibrio viene spontaneo, è nell’ordine naturale delle cose”. Bolzano è una città sportiva, a misura di passeggio e bicicletta. Un fiume e un torrente l’attraversano, l’Isarco e il Talvera, e l’Adige le fa da sponda. A piedi la si gira bene. Parca vita notturna, eppure locali pieni. Centro asburgico e periferia molto italiana. Sguardi indagatori, ma grandi chiacchiere sotto i Portici, in piazza Walther e al mercatino di piazza delle Erbe. Si vive come in un grande paese, tutti si conoscono e si salutano, mischiando „ciao“ e „guten tag‘. Ma qualcuno pensa che le differenze siano vera ricchezza solo se rimangono distinte. “Per me è bene tener separate le culture di cui siamo figli noi sudtirolesi. Perché noi tutti siamo semplicemente sudtirolesi, se hai bisogno di definirti con più parole, vuoi dire che sei artificiale”, sostiene Richard Burchia, 47 anni, socio del più Importante studio di commerciaiisti di Bolzano, Hager & Partners. „Qui stiamo molto meglio che oltre Brennero. Il problema è che stiamo troppo bene e oon abbiamo più fame di successo, non abbiamo più stimoli per migliorare e rischiamo di cadere nella mediocrità“. Waltraud Geier, sua moglie, ha 42 anni, viene dalla val Sarentino. “Questa terra è protettiva, può essere una cuccia e invitare alla chiusura. Ma puoi usarla come elemento di sicurezza per poi andare nel mondo. Ti dà lIna forte identità, cosi puoi confrontarti meglio con gli altri“. Lo stesso pensa Désirée Malr, che fa la consulente aziendale e in val Sarentino vive. Una valle che è un solo comune con diciassette frazioni, un piccolo angoio di paradiso distante da Bolzano venti chilometri e altrettante strettissime gallerie. “Qui tutti parlano tedesco, ma ti giudicano in base alla persona che sei, non alla lingua con cui ti esprimi”, dice Désirée.
„Tengo un diario da trent’anni e, nonostante sia di madrelingua tedesca, l’ho sempre scritto in italiano: esprime meglio i sentimenti più profondi. Comunque inAlto Adige dobbiamo renderei conto che non abbiamo più il tedesco, l’italiano, il ladina, ora ormai il msulmano, il cinese, l’indiano. Dobbiamo trovare un sistema di convivenza con queste culture che sono veramente altre. Bisognerebbe muoversi come europei“.

All’idea di Europa arriva anche Ulrike Stubemuss, 45 anni, caposervizio del Dolomiten, il più vecchio giornale tedesco in Italia, ”La nostra speciale situazione avvantaggla tutti. Solo che i madrelingua italiani hanno il resto d’Italia a cui sentirsi uniti; per i madrelingua tedeschi non è così con l’Austria. L’Austria non è la nostra Italia, è un altro Stato, un’altra cultura. Certo, se sai tedesco e italiano, hai una terra che va da Amburgo a Messina. Un buono spazio per sperimentarsi europei“.

Il corsetto etnico è stretto per moltI. Equesti molti sono considerati, da alcuni, un’élite senza seguito e, da altri, l’unico futuro possibile del Sud ìirolo. „Io sono di madrelingua tedesca, nazionalità italiana e mi sento europeo”, sintetizza Manuel Benedikter, architetto. “La gente si arrocca per paura di perdere l’identità. Ma l’idea di definirsi attraverso la lingua è recente, ha meno di quarant’anni. Frutto di un esercizio di potere. Se fanno due licei in città, uno di lingua tedesca e uno di lingua italiana, perché li mettono in posti lontani fra loro e non nello stesso edificio? La mia paura è che le questioni etniche non abbiano fine. Se le risolviamo, vinciamo il Nobel“. Ha l’aria di uno che vorrebbe provare.

In effetti, se non a Bolzano, in quale altro posto potrebbero riuscire?

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2 Gedanken zu “Italiani di confine

  1. schian. viele wichtige punkte getroffn. und wie immer, sobald ich an meine heimat denke, muss ich sagen: mein südtirol wie ich dich hasse, wie ich dich liebe…

  2. schian. viele wichtige punkte getroffn. und wie immer, sobald ich an meine heimat denke, muss ich sagen: mein südtirol wie ich dich hasse, wie ich dich liebe…

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